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Solidali con l’Ucraina, ma l’Europa faccia autocritica

Da cittadina e da parlamentare europea seguo con particolare apprensione gli sviluppi della crisi fra Russia e Ucraina, conflitto che ha implicazioni ampie che sarebbe errato ritenere lontane da noi. Questo non solo perché ogni sera nei telegiornali vediamo immagini drammatiche, o perché anche a Busto Arsizio abbiamo iniziato ad accogliere i primi rifugiati che vengono dall’Ucraina: ma perché questo confronto fra Kiev e Mosca tocca diversi piani, che partono dal livello locale per arrivare fino alla dimensione europea.

Pertanto, sarebbe riduttivo limitare le nostre riflessioni alla sola scelta di campo, o a posizioni dogmatiche: episodi di portata epocale, come questa guerra, richiedono risposte articolate. Considerazioni semplicistiche che non tengano conto della complessità della situazione, anche pregressa, rischiano solo di essere fuorvianti e, in definitiva, sterili; o, peggio, rischiano di farci scadere in un dibattito politico misero e veramente fine a sé stesso.

Per sgombrare il campo dalle ambiguità spesso agitate nei confronti del mio partito, non ho problemi a dire che condanno l’invasione dell’Ucraina e condanno le aggressive azioni ordinate dal presidente Putin. Nel mondo del XXI secolo non c’è spazio per l’invasione di uno Stato sovrano, come peraltro ribadito pure dalle Nazioni Unite, e non ci dovrebbe essere spazio per l’uso della guerra come strumento di coercizione politica o economica. Al contrario, esprimo la mia piena solidarietà all’Ucraina e soprattutto alla sua popolazione: come dicevo, anche a Busto Arsizio ci siamo attivati, con il nostro tipico spirito d’iniziativa, per dare risposte alla crisi umanitaria in atto. Anzi, approfitto di questo spazio per far giungere la più piena solidarietà alla comunità ucraina di tutta la Provincia di Varese.

Detto questo, però, occorre affrontare la questione russo-ucraina con pragmatismo e serietà, riconoscendo anche alcuni errori che l’Occidente ha fatto. Ferma restando l’inviolabilità delle frontiere, principio sacrosanto, dobbiamo riconoscere che forse nella pre-gestione di questa crisi sono stati tenuti degli atteggiamenti non sempre lineari. E’ noto che Bielorussia e Ucraina sono visti, da Mosca, come “stati-cuscinetto” per tutelarsi da eventuali assi di penetrazione occidentali: abbiamo tenuto sufficientemente in conto questo livello di riflessione? In secondo luogo, ora l’Europa è pronta a sostenere, anche con armamenti, la resistenza ucraina. Non potevamo forse esercitare questa deterrenza prima dello scoppio del conflitto? Non potevamo forse guardare al nostro “Est” con più lungimiranza, invece che passare molto tempo al Parlamento Europeo a criticare Polonia e Ungheria (ora in prima linea nell’accoglienza) per lo stato di diritto o la transizione ecologica?

E poi, naturalmente c’è la questione energetica, oggi impellente. Ma non era forse un problema già da prima della guerra? Costi crescenti e relativa scarsità di materie prime per l’edilizia, terre rare per le industrie avanzate, litio per le batterie, o aumenti dei prezzi di gas e petrolio, per fare esempi sotto gli occhi di tutti, erano già una realtà da mesi, e ben denunciati anche dalle categorie produttive a livello locale: quali risposte sono arrivate? ha ancora senso in Europa riflettere sul futuro Green Deal se non teniamo in conto questi fattori? Come possiamo spiegare ambiziose politiche “verdi” a chi oggi non può usare la propria macchina visti i prezzi del carburante o deve riscaldare meno la propria casa visti i costi del gas? Infine, il dibattito sull’Ucraina in Unione Europea: ha senso farlo in questo momento? E perché garantire a questo paese un “fast track” se invece, come ben sappiamo, i processi di adesione sono (giustamente) lunghi e complessi?

Concludo dicendo che reagire “di pancia”, con slogan, ideologicamente o senza fare nessuna autocritica non è il modo in cui mi è stato insegnato a gestire la cosa pubblica. Ascoltare, comprendere e trovare soluzioni, come Busto sta facendo con i rifugiati, è invece la via da percorrere. Non è facile, né rapida, ma raramente la Storia ci ha offerto soluzioni immediate e semplici di fronte a crisi complesse. E non è illudendosi con l’ideologia o con i buoni auspici che potremo dare risposte alla popolazione ucraina in questa fase.